iniziazione al vino

Il blog è pensato per tutti gli interessati al mondo enologico. Ogni vino, oggi, è parte di una narrazione che va ben oltre le qualità intrinseche del prodotto stesso. Gli appassionati avvertono la necessità di instaurare un legame con il prodotto, puntando sul vissuto, sull’approccio, sull’esperienza, sulle storie gli aneddoti che vi sono associate e il vino si presta particolarmente a creare feeling con le persone introducendole nella realtà dei luoghi in cui nasce, nel talento, nella produzione e nella narrazione di una storia autentica che lo rende unico e riconoscibile. A tutti piace bere ma pochi sanno bere bene poiché il mondo del vino è molto articolato concatenando il prodotto, la sua trasformazione e conservazione, le implicazioni culturali, il rapporto con il territorio e le comunità locali, l’immaginario, lo stile di vita. Le “narrazioni” che leggerete vogliono essere sempre legate ai territori, alla cultura e all'arte. Il progetto nasce quindi dalla volontà di narrare una storia a volte in maniera molto divertente e pratica, a volte divulgativa, a volte più profonda ed esistenziale di questo mondo. Bere il vino deve essere quindi un Atto Culturale come nella religione è un atto Simbolico.

A spasso nel tempo : alla ricerca della storia antropologica della vinificazione.

 

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Avevo sentito parlare dei vini georgiani e del loro metodo di vinificazione in anfore nel terreno ma non ero mai riuscita ad assaggiarne uno.  Lo stesso metodo viene da alcuni anni portato avanti dai vini naturali in friuli.

La difficoltà di esportazione dovuto all’ embargo Russo sino all’anno scorso aveva davvero reso difficile l’incontro con questi vini. Grazie alla  serata organizzata dall’AIS Milano e il Delegato Hosam  Eldin Abou Eleyoun con l’Importatore Acheronte e le capacità oratorie di Guido Invernizzi finalmente posso tornare indietro di 8000 anni a scoprire come nasce il primo vino.

Rimango subito affascinata a scoprire che la magia non risiede nei vitigni, oltre 400 tipologie e nella datazione dei rilevamenti (“The Oxford Companion to Wine” (Jancis Robinson, 1994) dichiara che la storia della tradizione del vino trova le sue radici nelle fertili valli del Sud del Caucaso, l’attuale Georgia: “I semi di quel che sembra uva coltivata datata circa 6000 a.C. sono stati ritrovati in Georgia …” (Rod Phillips, 2001: A Short History of Wine. London) ma che è la tecnica di vinificazione che è una testimonianza  vivente antropologica.

Scopro quindi che il 4 dicembre 2013 l’ Unesco ha riconosciuto il metodo tradizionale di vinificazione georgiano nelle anfore, Qvevri, come patrimonio intangibile dell’umanità.

(Il riconoscimento è avvenuto nel corso dell’8a sessione del Comitato Intergovernativo per la Protezione del Patrimonio a Baku, in Azerbaijan. Sul sito dell’Unesco questa tradizione georgiana viene descritta così: “Il metodo di vinificazione Qvervi prende il nome dal particolare vaso di terracotta ovale – il Qvevri – in cui il vino fermenta ed è riposto nei villaggi e nelle città in tutta la Georgia).

La conoscenza di questo patrimonio è stato tramandato dalle famiglie, dai vicini e dagli amici, tutti coloro che partecipano alle attività condivise di vendemmia e vinificazione attraverso le canzoni !!! Mi vengono in mente i nostri menestrelli medioevali e già sono altrove !!!!.

  I georgiani non si definiscono dei vigneron ma il vino è un prodotto per loro , semplicemente da gustare a tavola in compagnia.

Il vino non manca mai sulla tavola georgiana ed il brindisi durante il banchetto è un rituale con proprie regole che affonda le radici nella tradizione e cultura georgiana.  Il brindisi deve essere pronunciato da Tamada (maestro di brindisi e capo della tavola) e richiede una partecipazione emozionale di tutti i presenti. I brindisi sono i lunghi discorsi riguardanti argomenti diversi, tra cui la patria, la famiglia, l’amicizia ecc. Anche le canzoni folcloristiche vengono cantate frequentemente a tavola. Reiterate nei secoli e tutti i bambini ripetono in cantilena centinaia di termini che riguardano la vinificazione …..che favola !!!

L’uva viene lasciata coi raspi per mesi nei Qvevri aspettando che si trasformi naturalmente in vino mentre i giorgiani si occupano dell’agricoltura e dell’allevamento.

Guido Invernizzi inizia il suo racconto perdendosi nei secoli e scopro che già Omero nell’Odissea racconta dei vini profumati e frizzanti della Colchide (oggi Georgia occidentale) e Apollonio Rodio che nelle “Argonautiche” racconta come gli argonauti abbiano trovato una fontana di vino nel palazzo di Aieti (in Colchide) e si siano riposati all’ombra della vite. Anche il termine vino sembra derivi dal georgiano “Gwino” (“Vin”, “Wein”, “Vine”, “Vino”, …).

Scopro il legame indissolubile anche con la religione, tema a me caro, e il legame tra il vino e il credo di questa popolazione .Nel IV secolo d.C. infatti avviene la diffusione del Cristianesimo in Georgia da parte di Santa Nino da Cappadocia (Costantinopoli). La Santa nel 327 D.C porta a termine l’opera di ca- techesi e di evangelizzazione iniziata nel I secolo e sue croci fatte di viti, legate con i suoi capelli sono diventate il simbolo della evangelizzazione. La maggior parte delle chiese conserva ancora le decorazioni con gli ornamenti delle viti. Così la croce e la vite ottennero un posto speciale nella psiche georgiana.I monastreri cominciano quindi a coltivare e produrre vino (come il monastero di Alaverdi che produce il vino  KaKheti ancora oggi).

I Kveveri ,queste particolari anfore, hanno in media una capacità di 1000 litri, sono fatte di argilla cotta in forni a legna a una temperatura di circa 950° per tre giorni e tre notti, quindi sono coperte di cera e vengono interrate nelle cantine dove il vino riposa chiuso ermeticamente e a temperatura naturalmente stabile.  Anche l’argilla utilizzata è diversa in quando doveva essere permeabile per avere uno scambio col terreno e quindi con l’umidità e la temperatura. Il vino deve respirare .Se ne usano ancora alcuni che hanno oltre 250 anni. La forma affusolata è un importante elemento tecnico: l’uva viene infatti pigiata con i piedi e il mosto viene lasciato colare nei qvevri insieme a bucce e vinaccioli che andranno a depositarsi sul fondo riducendo la superficie di contatto con il vino e il rilascio di tannini amari. Proprio dalla presenza delle bucce, dei vinaccioli e dei raspi scopro che anche i vini bianchi possono essere tannici !! La forma arrotondata superiore permette meglio i processi di fermentazione. E’ sprovvista di manici in quanto veniva interrata e non doveva essere trasportata.

Vi sono due metodi tradizionali di produzione di vino in Georgia: il kakhetiano e l’imeretiano, che prendono il nome dalle due regioni georgiane nell’area occidentale poco piovosa dal clima temperato. Scopro che la complessità geologica di questa zona è paragonabile solo all’area di Stellenbosh in Sud Africa.

Nel metodo kakhetiano per fare i vini bianchi, nei vasi di terracotta viene fatta fermentare tutta la vinaccia insieme al mosto. Il risultato del metodo khaketiano è un vino giallo, scuro, tannico, con un tasso alcolico di 13-14 gradi. Un secondo metodo, utilizzato nella Georgia occidentale, è quello imeretiano che consiste nel mettere solo il 5-10% dei raspi, semi, vinaccia. Il vino, quindi, risulta un po’ colorato, acido, e con un tasso alcolico di 11-12 gradi.

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Assaggio il Cinuri ove per tre mesi la Chacha , il frutto dell’uva compreso al raspo, viene lasciato fermentare per tre mesi. Mi immaginavo un vino torbido invece è lucente come il sole e il colore del sole lo contraddistingue per la presenza di moltissimi leucoantociani. Al naso mi colpisce una pungenza ma positiva e una forte nota agrumata. In bocca eleganza e pulizia e per la prima volta una nota asciutta tipica del tannino di un rosso !

Proseguiamo con due Rkatsiteli . La differenza è l’imbottigliamento a luna calante del primo e a luna piena nel secondo e la percentuale di chaca che si traduce in differente colore, più ambrato il secondo che a parità di limpidezza si traduce in sentori di trielina ma entrambi freschi, sapidi ma soprattutto equilibrati e armonici .

Scopro dei rossi da vitigni autoctoni mai sentiti, un chkhaveri dal colore scarico come un pinot nero ed altrettanto elegante ed equilibrato con una forte persistenza aromatica verso sentori terrosi .

Il secondo rosso, un shavkapito della zona del kartli dai terreni sassori e argillosi. Il colore rubino è limpido e abbastanza consistente. Al naso è complesso con note vegetali , animali ma prevale il sentore vinoso. Intenso persistente e decisamente fine , difficile dire se sia pronto o maturo…. Come evolveranno questi tannini ? per quanto tempo ?

Mi innamoro dell’ultimo, il Saperavi .Il colore è carico di antociani ma limpido color rubino . In bocca una paletta i sentori ampli dalla liquirizia alla grafite a note di inchiostro. Si mi innamoro, ha tutto oltre a 8000 anni di vita e non è vecchio ma pronto !!!

Lo andrò a scovare nei monasteri questa estate e chi vorrà venire con me è il benvenuto!!!

Tra il 1946 e il 1970, sono state state identificate 414 varietà di vite in Georgia, 200 in Azerbaijan e 90 in Armenia”. Quanto c’è da girare, quanto ancora da scoprire? Mi sembra di uscire da una prima puntata di una avventura e Guido come me sa che questo romanzo continuerà……

alessandra montagno, wine designer

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Questa voce è stata pubblicata il 18 gennaio 2014 da in Uncategorized.
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